L’incontro al vertice tra Unione Europea e Turchia: una prospettiva diversa del ‘sofagate’

L’incontro al vertice tra Unione Europea e Turchia: una prospettiva diversa del ‘sofagate’

di Enrico Calossi (OPI – docente di Relazioni Internazionali – Studi Europei)

Dell’incontro tra i vertici europei e i vertici turchi se ne è parlato molto, basandoci sulla foto numero 1. Ma cosa sarebbe successo se fosse stata pubblicata la foto numero 2, cioè la versione originale?

Ricapitoliamo i punti salienti del dibattito di questi giorni

Martedì 6 aprile il presidente del Consiglio Europeo Charles Michel e la presidente della Commissione Europea Ursula Von der Leyen hanno incontrato il presidente turco Recep Tayyp Erdogan e… il ministro degli esteri Mevlüt Çavuşoğlu, che, come notiamo, non appare nella foto numero 1, quella pubblicata da larga parte della stampa. In questi giorni la foto tagliata e senza Çavuşoğlu ha suscitato un notevole dibattito sulla stampa italiana, in particolare, e in quella europea, in generale. Numerose sono state le reazioni che hanno legato la disposizione dei tre interlocutori alle recenti scelte di Ankara di uscire dalla convenzione di Istanbul per la prevenzione e la lotta alla violenza sulle donne. Il dibattito si è spontaneamente allargato per criticare le posizioni del partito presidenziale AKP, che sul tema della condizione della donna in Turchia ha impresso una svolta in senso tradizionale/conservatrice. In alcuni paesi Europei le reazioni sono state più forti. Sicuramente in Belgio, patria del presidente del Consiglio Europeo Michel, per essere sembrato impacciato e insicuro nel prendere le difese della sua collega Von der Leyen. In Italia le critiche sono arrivate da tutto lo schieramento politico: sia da destra, che una volta di più ha voluto criticare la possibilità dell’ingresso della Turchia nell’Unione, sia dal centrosinistra, che ha prontamente e largamente sostenuto i diritti della Von der Leyen sia anche dalla sinistra non liberale che ha criticato non tanto la disposizione dei leader nella sala quanto piuttosto l’opportunità stessa di trattare con un leader ritenuto ai margini della legittimità democratica. Ma l’impatto maggiore, in Italia, si è avuto per la reazione che ha avuto il Presidente del Consiglio Mario Draghi ad una domanda ricevuta durante la conferenza stampa di giovedì 8 aprile: “Mi dispiace per l’umiliazione che la presidente Von Der Leyen ha dovuto subire […] Con questi dittatori, di cui però si ha bisogno per collaborare, devi essere franco nell’esprimere la diversità di visione”. Ma è veramente questo la regione che sta alla base della reazione di Ursula von der Leyen?

La situazione in Turchia

Ovviamente con queste righe non voglio assolutamente minimizzare la portata e gli effetti che questa recente fase della presidenza Erdogan su tanti diritti che sembravano acquisti anche in Turchia. Voglio sicuramente ricordare i licenziamenti di decine di migliaia di dipendenti pubblici a seguito del colpo di stato del luglio 2016 (molti dei licenziati sono accademici e dipendenti delle università) e neanche voglio minimizzare la svolta in senso tradizionalista per quando riguarda i diritti delle donne nel paese anatolico. Così come desta preoccupazione l’assertività turca nella Siria del Nord e nelle zone, anche all’interno dello stato turco, abitate dalla minoranza (ma là maggioranza) curda. A questo si accompagnano anche i tentativi di mettere fuori legge il partito democratico socialista HDP, in larga parte espressione della minoranza curda. Ma sono state spese parole su questi aspetti durante l’incontro nel vertice euro-turco? Non mi pare. Ci si è concentrati in realtà su altri temi, sicuramente importanti, come il ruolo della Turchia nella gestione dei migranti (che in larga parte fuggono proprio dalla Siria per dirigersi in Europa), le potenzialità in campo energetico (la Turchia rappresenta un ponte naturale e essenziale tra l’Europa e il Medio-Oriente e il Caucaso, ricchi di risorse energetiche), e sicuramente si è discusso anche delle tensioni che da anni caratterizzano i rapporti tra Turchia, da un lato, e due membri dell’Unione (Grecia e Cipro), dall’altro.

Cambiamo il punto di vista, verso Bruxelles

Dunque, provando a spostare il punto di vista su ciò che conosco meglio, cioè i rapporti intra-europei, mi preme segnalare che la maggioranza dei temi discussi nell’incentro al vertice hanno a che fare con la sicurezza dell’Unione Europea. E qui sorge la difficoltà. Forse si stava parlando di accordi commerciali tra Turchia e Unione Europea? Forse si è parlato dei vari capitoli ancora aperti nelle trattative per l’adesione (sì, perché la Turchia è ancora un paese candidato, anche se oramai non sembra più interessare a nessuno) all’Unione? Non mi sembra. Eppure quest’ultimi temi sarebbero di diretta responsabilità della Commissione. Mentre sicurezza, gestione dei migranti, anche ruolo in Siria, sono tutti aspetti della Politica Europea di Sicurezza Comune (PESC) che spettano al Consiglio Europeo (e al Consiglio dell’Unione Europea). In questo sta la particolarità dell’esecutivo bicefalo dell’Unione: in politica estera gli aspetti soft spettano alla Commissione, l’hard power al Consiglio Europeo. Quindi, in quell’incontro, Michel, era chiaramente il capo-delegazione dell’Unione, così come Erdogan era il capo della delegazione turca. Secondo il protocollo, tra l’altro concordato anche tra gli sherpa UE e quelli turchi, il ministro degli esteri turco e il presidente della Commissione avevano un ruolo laterale. Ed è ciò che è stato plasticamente rappresentato dal sofà.  Da questa prospettiva, dunque la reazione della Von der Leyen sembra più da interpretarsi come una critica della Commissione verso il Consiglio Europeo, che, ricordiamolo, rappresenta gli interessi dei governi nazionali dell’Unione. Quindi, ancora una volta, una querelle tutta interna allo scontro “più sovranismo” vs “più intergovernativismo”, oppure “più Europa” o “più Stati membri”? Ovviamente, la Von der Leyen, da politica esperta e di lungo corso, usa le armi che sono a disposizione. Il movimento internazionale che chiede più diritti alla donne è pienamente in campo, e Erdogan ne rappresenta sicuramente un avversario: perché non sfruttare quella carta? Ma sono molto più convinto che l’obiettivo fosse tutto interno a Bruxelles, non tanto Ankara. Chi avrò domani l’ardire di mettere il presidente della Commissione in un angolo, quando si parlerà di sicurezza con gli Stati Uniti, la Russia o la Cina? Del resto la storia dell’evoluzione dei rapporti tra le istituzioni europee è proprio questo: un alternarsi di avanzamenti (o passi indietro) sanciti dai trattati o conquistati direttamente sul campo. Così come, giova ricordarlo, la presidenza del Consiglio Europeo ha conquistato molte posizioni proprio sotto la gestione dell’ex presidente Donald Tusk, scioccamente a volte visto che interesse e apprezzamento da alcuni federalisti, che forse erano più innamorati dell’aplomb del leader e non hanno visto quanto in realtà stesse minando ai fianchi gli spazi di agibilità della Commissione.

Rimarranno ruggini tra Turchia e Europa, tra Turchia e Italia?

Who knows? Ma proviamo a fare previsioni. Ovviamente Ankara non ha preso bene le reazioni (largamente presenti sulla stampa piuttosto che nei canali ufficiali) provenienti dal campo europeo. Soprattutto non è stata apprezzata la posizione italiana, forse per le scintille che sono in campo da tempo sul futuro della Libia (e non scordiamoci che 110 anni tra regno d’Italia e impero ottomano ci fu una guerra per quella che allora fu definita come una “scatola di sabbia”), ma anche per la dichiarazione a sorpresa del premier Mario Draghi. La reazione in quel caso non si è fatto attendere ed era quasi scontata. Nonostante la frattura sembra si sia rapidamente ricomposta, la diplomazia turca non poteva di certo perdere l’occasione di mentovare le vittorie elettorali del leader dell’AKP. Lo stesso ministro Çavuşoğlu ha prontamente dichiarato che Draghi ha “superato il limite con affermazioni populiste, oltre tutto da un presidente non eletto, a differenza di Erdogan eletto dal popolo”. E in effetti voglio spendere due parole sulla dichiarazione rilasciata en-passant da Draghi durante una conferenza stampa che, tra l’altro, si concentrava su altri aspetti. Alcuni hanno parlato subito di inesperienza di Draghi in ambito diplomatico. E se per quanto l’ex-presidente della BCE sia stato sicuramente abituato a pesare le parole prima di pronunciarle (con il solo “whatever it takes” fu in grado di riaccendere la ripresa dei mercati nel 2012), può sicuramente essere che le conferenze da Presidente del Consiglio siano più difficili da gestire, perché si spazia tra temi sicuramente eterogenei tra loro. Oppure, si potrebbe ipotizzare anche un’altra interpretazione. Non sarebbe una novità quella di vedere capi di governo in difficoltà in patria (come lo è chiaramente il governo Draghi in questa difficile fase di lotta alla pandemia e di campagna vaccinale in ritardo) provare ad esportare l’attenzione dell’opinione pubblica verso l’estero. Senza scomodare esempi classici, come Giulio Cesare o il borbonico francese Carlo X, è ormai appurato in letteratura che uno scontro in campo internazionale può favorire un meccanismo di “rallying around the flag”. Ed è lecito pensare che un mercato politico come quello italiano, nel quale le fortune politiche e le lune di miele tra leader ed opinione pubblica cambiano rapidissimamente, anche la scelta di cercare volutamente lo scontro con l’esterno non è da scartare a priori. Ovviamente lascio al lettore la scelta di quale ipotesi sia da considerarsi come la più probabile.

Per il «bene del paese»?

La rivista Jacobin Italia ha recentemente ospitato un articolo sulla formazione del nuovo governo italiano a cura di Paola Imperatore (OPI) dal titolo “Per il «bene del paese»?” .  

L’articolo è gratuitamente disponibile a questo link.

Europe’s Changing Political System and Issue Space. What Lessons from the 2019 European Elections? | EGPP Annual Conference – 25-26 February 2021

European Governance and Politics Programme – Annual Conference 2020/2021

Europe’s Changing Political System and Issue Space. What Lessons from the 2019 European Elections?

Thursday 25 February 2021

14:15 – 18:30 (CET)

Friday 26 February 2021

9:30 – 17:30 (CET)

 Online – Zoom*

The 2019 European Parliament elections have been described as ‘a fateful election for Europe’. Despite the outcome not matching the feared landslide success of Eurosceptic and populist forces, the general picture is that of a European Union where polarisation and politicisation is higher than the past. The EGPP Annual Conference 2020 presents high-level scholarly research on, broadly, the drivers and consequences of the electoral results of May 2019, as well as the European political space and its (reshaped?) dimensionality. A keynote speech by Simon Hix, who will join the EUI in September 2021 as Stein Rokkan Chair in Comparative Politics, opens the conference. Then, the first two panels are devoted to Europe’s issue space. The second day comprises three panels dedicated to institutions and citizens, with a focus on electoral systems, spitzenkandidaten, selectorate, party choice and turnout. A final panel on populism and radical right closes the conference. The selected papers presented in the conference will be evaluated by the conference organizers and later published as either chapters to an Edited Volume or articles of a Special Issue in a scientific journal.

Organizers

Lorenzo Cicchi | European University Institute

Diego Garzia | University of Lausanne

Brigid Laffan | European University Institute

Alexander H. Trechsel | University of Luzern

 

*This event will be on Zoom. Registered participants will receive the meeting ID and password prior to the start of the event.

 

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Does populism go viral? How Italian leaders engage citizens through social media

La rivista “Information, Communication & Society” ha recentemente pubblicato l’articolo “Does populism go viral? How Italian leaders engage citizens through social media” scritto da Roberta Bracciale, Massimiliano Andretta e Antonio Martella.

Abstract:

This study explores populism in terms of communication while distinguishing between its ideological and stylistic dimensions. We examine the social media communication of the three main Italian political leaders during the last national electoral campaign to underline the differences and similarities in their use of populist communication in terms of ideology and style and assess how it affects Facebook and Twitter engagement. Our analysis shows that the three leaders all adopt populist communication styles but in slightly different ways. In all cases, populist style elements have a stronger impact on online engagement than populist ideology. The main difference between social media seems to be related less to the leaders’ communication elements than to their platform-specific audiences’ positive reactions to populist communication strategies.

Link all’articolo: https://www.tandfonline.com/doi/full/10.1080/1369118X.2021.1874472

Leggere Pareto in lockdown. Il più scomodo fra i classici delle scienze sociali e i dilemmi politici della pandemia.

di Marco Di Giulio

Un po’ per lavoro, un po’ per diletto e forse con qualche dose di masochismo, in questo anno passato prevalentemente a casa, ho speso molte ore su alcuni fra i principali scritti di Vilfredo Pareto. Il costante contrasto con le notizie che riguardavano la pandemia, la sua gestione, i conflitti che ne sono sorti, mi ha portato involontariamente a leggere alcuni i temi del dibattito politico attraverso il suo sguardo sociologico. Nelle righe che seguono mi concentro su degli aspetti del pensiero di Pareto che, benché noti agli specialisti, dimostrano quanto fra i classici delle scienze sociali Pareto sia per certi versi quello invecchiato meglio. Perché, credo, riuscì a cogliere tra XIX e XX secolo alcuni meccanismi di funzionamento delle società contemporanee che si sarebbero completamente dispiegati solo nei decenni successivi e sono dominanti nel contesto attuale; elementi che l’emergenza Covid-19 ha portato all’estremo, rendendoli oggetto di discussione pubblica. Ne ho distinti due, benché intimamente collegati: 1) Il problema dell’efficacia delle politiche pubbliche e della sua valutazione 2) il rapporto fra conoscenza e politica.

 

L’efficacia come problema

Pareto è universalmente noto, come economista, per aver definito il concetto di efficienza. Il suo contributo, tuttavia, si è spinto oltre. Fra i classici delle scienze sociali suoi contemporanei, Pareto è stato il primo ad intuire come l’esito delle attività dei governi non fosse qualcosa i cui effetti intenzionali potessero darsi per scontati, mentre quelli non-intenzionali possono superare i primi per importanza. Le elites politiche sono felicissime di farsi carico di domande provenienti dalla società, le inseriscono all’interno di cornici ideologiche e programmatiche ed alla fine vengono trasformate in interventi che si spera daranno una risposta efficace. Curiosamente, in un momento di estrema espansione delle attività degli Stati e di fiducia nel progresso, Pareto immaginò la strutturale incapacità dei governi nel tentativo di raggiungere i loro obiettivi di policy. L’efficacia dell’azione di governo è tutt’altro che scontata e in più, anche quando sembra esserci, è difficile da riconoscere e valutare. Le scienze sociali dal secondo dopoguerra sino ai giorni nostri non hanno fatto che certificare quanto l’ingegneria politico-amministrativa sia fallace. Pareto non solo pose il problema, ma ne colse dei meccanismi basilari e sottili.

 

Efficacia vs. Efficienza

Molto spesso nel discorso pubblico e finanche nelle chiacchiere da bar i concetti di efficacia ed efficienza vengono pronunciati in serie, quasi fossero sinonimi. L’azione dell’organizzazione di cui facciamo parte, le politiche del governo del nostro paese sono sempre descritte come “efficaci ed efficienti”. Tuttavia, ci sono dei contesti in cui questo non è possibile e fra efficacia ed efficienza bisogna scegliere. In particolare, in settori dove la sicurezza o la salute sono obiettivi primari, perseguire in maniera ossessiva l’efficienza (spesso la mera economicità, spacciata per efficienza, vedi: “i tagli lineari” alla spesa) può contribuire a istituzionalizzare politiche arroganti, che si rivelano fragili al verificarsi di eventi imprevisti. La gestione di una pandemia è un caso tipico in cui per essere minimamente efficaci occorre sacrificare molta efficienza. In un’analisi pubblicata da the Atlantic, Zeynep Tufekci ha citato esplicitamente il “principio di Pareto” o “principio della scarsità dei fattori” per sottolineare come fenomeni sociali complessi siano spesso causati da “piccole cause”. Il riferimento è all’importanza dei superspreader e dei cluster come principali fattori alla base della diffusione di una pandemia. Quando siamo di fronte a problemi che presentano queste caratteristiche, efficacia ed efficienza divergono necessariamente: il caso delle misure di contenimento del contagio rappresenta un esempio lampante in questo senso. L’obbligo di indossare la mascherina all’aperto o la chiusura degli impianti sciistici sono chiaramente degli interventi sub-ottimali da un punto di vista dell’efficienza media generale, perché impongono dei costi – economici e non – indifferenziati per ridurre al minimo la probabilità, già di per sé bassa, che poche singole persone creino dei focolai di grandi dimensioni. Il successo di policy è in casi come questi definito dalla capacità di impedire degli eventi discreti, rari, difficili da controllare puntualmente. La ridondanza delle misure richieste è in contraddizione con il principio di efficienza attraverso cui, invece, valutiamo la gran parte delle politiche siano pubbliche o di enti privati. L’efficacia di una politica pubblica, intuì Pareto oltre cento anni fa, non dipende mai da politiche che hanno dato prova di funzionare mediamente. In questo senso, nessuna task force di esperti è garanzia di successo. Ricorre più volte l’idea, nel Trattato di sociologia generale, che anche il più illuminato dei sovrani insieme ai più capaci dei suoi burocrati possano benissimo produrre dei fiaschi, così come dei governanti mediocri possano rocambolescamente avere successo. Il fatto che nel contesto europeo paesi a cui siamo soliti riconoscere un’elevata capacità amministrativa abbiano clamorosamente commesso gravi errori nella gestione del contagio sembra confermare questa intuizione.

 

L’efficacia fra realtà e superstizione

Per Pareto il successo di una politica è piuttosto contenuto nella capacità di assecondare dei meccanismi sociali esistenti, andando incontro alle inclinazioni di chi l’intervento governativo lo riceve o ne è in qualche modo toccato. La bravura del policymaker –  ammesso che sia interessato all’obiettivo dichiarato e non si limiti meramente a perseguire dei secondi fini – starebbe nel disegnare gli interventi su misura, facendo sì che gli interessi e le mentalità esistenti nel contesto specifico ne rafforzino l’efficacia, anziché sabotarla. Tuttavia, spesso il successo è figlio di fattori totalmente estranei al modo in cui le politiche sono disegnate e non c’è merito alcuno nei governanti. Il protezionismo tedesco, ripeteva Pareto correggendo i suoi primi scritti economici, è un caso di successo non per la bontà delle politiche economiche e industriali implementate, ma perché l’assetto istituzionale e politico della Germania, per ragioni del tutto casuali, era favorevole agli esiti attesi.  Inoltre, Pareto ci suggerisce che in moltissimi casi – certamente nei più rilevanti – non siamo in grado di misurare quanto determinati fenomeni sociali siano l’effetto di interventi di policy che intenzionalmente pretendono di esserne la causa e quanto invece le cose sarebbero comunque andate allo stesso modo anche senza alcuna politica. È plausibile che la verità sia da qualche parte nel mezzo, ma questo, per Pareto, non sposta i termini del problema e soprattutto le sue conseguenze politiche. L’ambiguità è una condizione che struttura i conflitti politici perché questi non riproducono meccanicamente gli interessi in gioco, ma sono veicolati dalla capacità argomentare, persuadere e manipolare. Le politiche in qualche modo collegate alla pandemia, il loro stratificarsi nel tempo, la diversa natura degli obiettivi (si pensi al cashback in relazione alla necessità di evitare assembramenti), la sistematica incapacità di monitoraggio del fenomeno ci hanno dato prova di come l’ambiguità, più o meno cercata, abbia prodotto nei mesi un costante “logomachia” di interpretazioni contrastanti su cui gli attori politici si sono misurati, talvolta acquisendo influenza o consenso, talvolta rinculando.

 

Scienza e politica

Non esiste né può esistere un governo della scienza. Con questa convinzione Pareto consumò la sua rottura con la tradizione positivista, procurandosi, nell’interpretazione di Raymond Aron, anche il futuro disprezzo del mondo intellettuale. L’anti-intellettualismo di Pareto ha tuttavia dimostrato di avere solide basi analitiche. Infatti, il sociologo intuì, anche in questo caso in anticipo sui tempi, che la conoscenza scientifica è un processo sociale ed in quanto tale condizionato, nel bene e nel male, da fattori umani, organizzativi, politici e ideologici. Sono numerosi i passaggi in cui l’autore si è sardonicamente preso gioco sia degli scientisti così come di coloro che oggi chiameremmo negazionisti, o di entrambi simultaneamente. In una nota a piè di pagina del suo Trattato (§2154f), Pareto prende spunto da manifestazioni avvenute in Svizzera nel 1913 contro le prime campagne vaccinali per mettere in luce i dilemmi dell’uso politico della scienza. L’emergente dibattito sulla vaccinazione obbligatoria gli sembrò immediatamente un nervo scoperto delle democrazie perché – osservava – “sebbene coloro che si oppongono alle vaccinazioni abbiano probabilmente torto”, la saldatura fra scienza ufficiale e potere coercitivo dello Stato appariva come un fenomeno potenzialmente pericoloso per la libertà di espressione e, quindi, per la scienza stessa.

 

Lo “scientismo” è una narrazione che fa bene alla scienza?

Pareto avrebbe lanciato invettive anche di fronte all’attuale dibattito pubblico sul rapporto fra scienza e politica. In particolare, immagino che avrebbe smascherato due opposte retoriche che campeggiano sulle principali testate di informazione. Da una parte quella della fiducia incondizionata nella “Scienza”, dall’altra quella del suo rifiuto su basi superstiziose o di mero interesse. Avrebbe attaccato principalmente la prima, per il semplice gusto di pensare contro la maggior parte degli intellettuali progressisti (oggi diremmo liberal) e perché avrebbe trovato il fronte negazionista non intellettualmente stimolante. Di certo avrebbe notato come slogan del tipo “la scienza ci salverà” siano intrinsecamente ideologici, perché la scienza, come “la democrazia, il socialismo, il cristianesimo” – suoi idoli polemici preferiti – non sono altro che delle astrazioni. Evidenzierebbe come i continui conflitti fra esperti non siano solo, né principalmente, il riflesso di un difetto di comunicazione pubblica di persone che fanno un altro mestiere. Al contrario riconoscerebbe conflitti fra professionisti e alti funzionari delle amministrazioni sanitarie che hanno per oggetto il controllo di risorse strategiche, la difesa del prestigio legato alla propria specifica specializzazione, da cui scaturiscono. Elementi da cui scaturiscono definizioni diverse del problema e di come affrontarlo e che non sono compatibili con un’idea irenica della “Scienza”. Piuttosto, Pareto si chiederebbe se questa narrazione della scienza sia più o meno utile per la collettività o sia soltanto funzionale alla legittimazione della classe politica di turno. Ma forse sarebbe una domanda retorica.

Marco Di Giulio è Ricercatore in Scienza Politica presso l’Università di Genova, dove insegna Scienza dell’amministrazione e Valutazione delle politiche pubbliche