Leggere Pareto in lockdown. Il più scomodo fra i classici delle scienze sociali e i dilemmi politici della pandemia.

di Marco Di Giulio

Un po’ per lavoro, un po’ per diletto e forse con qualche dose di masochismo, in questo anno passato prevalentemente a casa, ho speso molte ore su alcuni fra i principali scritti di Vilfredo Pareto. Il costante contrasto con le notizie che riguardavano la pandemia, la sua gestione, i conflitti che ne sono sorti, mi ha portato involontariamente a leggere alcuni i temi del dibattito politico attraverso il suo sguardo sociologico. Nelle righe che seguono mi concentro su degli aspetti del pensiero di Pareto che, benché noti agli specialisti, dimostrano quanto fra i classici delle scienze sociali Pareto sia per certi versi quello invecchiato meglio. Perché, credo, riuscì a cogliere tra XIX e XX secolo alcuni meccanismi di funzionamento delle società contemporanee che si sarebbero completamente dispiegati solo nei decenni successivi e sono dominanti nel contesto attuale; elementi che l’emergenza Covid-19 ha portato all’estremo, rendendoli oggetto di discussione pubblica. Ne ho distinti due, benché intimamente collegati: 1) Il problema dell’efficacia delle politiche pubbliche e della sua valutazione 2) il rapporto fra conoscenza e politica.

 

L’efficacia come problema

Pareto è universalmente noto, come economista, per aver definito il concetto di efficienza. Il suo contributo, tuttavia, si è spinto oltre. Fra i classici delle scienze sociali suoi contemporanei, Pareto è stato il primo ad intuire come l’esito delle attività dei governi non fosse qualcosa i cui effetti intenzionali potessero darsi per scontati, mentre quelli non-intenzionali possono superare i primi per importanza. Le elites politiche sono felicissime di farsi carico di domande provenienti dalla società, le inseriscono all’interno di cornici ideologiche e programmatiche ed alla fine vengono trasformate in interventi che si spera daranno una risposta efficace. Curiosamente, in un momento di estrema espansione delle attività degli Stati e di fiducia nel progresso, Pareto immaginò la strutturale incapacità dei governi nel tentativo di raggiungere i loro obiettivi di policy. L’efficacia dell’azione di governo è tutt’altro che scontata e in più, anche quando sembra esserci, è difficile da riconoscere e valutare. Le scienze sociali dal secondo dopoguerra sino ai giorni nostri non hanno fatto che certificare quanto l’ingegneria politico-amministrativa sia fallace. Pareto non solo pose il problema, ma ne colse dei meccanismi basilari e sottili.

 

Efficacia vs. Efficienza

Molto spesso nel discorso pubblico e finanche nelle chiacchiere da bar i concetti di efficacia ed efficienza vengono pronunciati in serie, quasi fossero sinonimi. L’azione dell’organizzazione di cui facciamo parte, le politiche del governo del nostro paese sono sempre descritte come “efficaci ed efficienti”. Tuttavia, ci sono dei contesti in cui questo non è possibile e fra efficacia ed efficienza bisogna scegliere. In particolare, in settori dove la sicurezza o la salute sono obiettivi primari, perseguire in maniera ossessiva l’efficienza (spesso la mera economicità, spacciata per efficienza, vedi: “i tagli lineari” alla spesa) può contribuire a istituzionalizzare politiche arroganti, che si rivelano fragili al verificarsi di eventi imprevisti. La gestione di una pandemia è un caso tipico in cui per essere minimamente efficaci occorre sacrificare molta efficienza. In un’analisi pubblicata da the Atlantic, Zeynep Tufekci ha citato esplicitamente il “principio di Pareto” o “principio della scarsità dei fattori” per sottolineare come fenomeni sociali complessi siano spesso causati da “piccole cause”. Il riferimento è all’importanza dei superspreader e dei cluster come principali fattori alla base della diffusione di una pandemia. Quando siamo di fronte a problemi che presentano queste caratteristiche, efficacia ed efficienza divergono necessariamente: il caso delle misure di contenimento del contagio rappresenta un esempio lampante in questo senso. L’obbligo di indossare la mascherina all’aperto o la chiusura degli impianti sciistici sono chiaramente degli interventi sub-ottimali da un punto di vista dell’efficienza media generale, perché impongono dei costi – economici e non – indifferenziati per ridurre al minimo la probabilità, già di per sé bassa, che poche singole persone creino dei focolai di grandi dimensioni. Il successo di policy è in casi come questi definito dalla capacità di impedire degli eventi discreti, rari, difficili da controllare puntualmente. La ridondanza delle misure richieste è in contraddizione con il principio di efficienza attraverso cui, invece, valutiamo la gran parte delle politiche siano pubbliche o di enti privati. L’efficacia di una politica pubblica, intuì Pareto oltre cento anni fa, non dipende mai da politiche che hanno dato prova di funzionare mediamente. In questo senso, nessuna task force di esperti è garanzia di successo. Ricorre più volte l’idea, nel Trattato di sociologia generale, che anche il più illuminato dei sovrani insieme ai più capaci dei suoi burocrati possano benissimo produrre dei fiaschi, così come dei governanti mediocri possano rocambolescamente avere successo. Il fatto che nel contesto europeo paesi a cui siamo soliti riconoscere un’elevata capacità amministrativa abbiano clamorosamente commesso gravi errori nella gestione del contagio sembra confermare questa intuizione.

 

L’efficacia fra realtà e superstizione

Per Pareto il successo di una politica è piuttosto contenuto nella capacità di assecondare dei meccanismi sociali esistenti, andando incontro alle inclinazioni di chi l’intervento governativo lo riceve o ne è in qualche modo toccato. La bravura del policymaker –  ammesso che sia interessato all’obiettivo dichiarato e non si limiti meramente a perseguire dei secondi fini – starebbe nel disegnare gli interventi su misura, facendo sì che gli interessi e le mentalità esistenti nel contesto specifico ne rafforzino l’efficacia, anziché sabotarla. Tuttavia, spesso il successo è figlio di fattori totalmente estranei al modo in cui le politiche sono disegnate e non c’è merito alcuno nei governanti. Il protezionismo tedesco, ripeteva Pareto correggendo i suoi primi scritti economici, è un caso di successo non per la bontà delle politiche economiche e industriali implementate, ma perché l’assetto istituzionale e politico della Germania, per ragioni del tutto casuali, era favorevole agli esiti attesi.  Inoltre, Pareto ci suggerisce che in moltissimi casi – certamente nei più rilevanti – non siamo in grado di misurare quanto determinati fenomeni sociali siano l’effetto di interventi di policy che intenzionalmente pretendono di esserne la causa e quanto invece le cose sarebbero comunque andate allo stesso modo anche senza alcuna politica. È plausibile che la verità sia da qualche parte nel mezzo, ma questo, per Pareto, non sposta i termini del problema e soprattutto le sue conseguenze politiche. L’ambiguità è una condizione che struttura i conflitti politici perché questi non riproducono meccanicamente gli interessi in gioco, ma sono veicolati dalla capacità argomentare, persuadere e manipolare. Le politiche in qualche modo collegate alla pandemia, il loro stratificarsi nel tempo, la diversa natura degli obiettivi (si pensi al cashback in relazione alla necessità di evitare assembramenti), la sistematica incapacità di monitoraggio del fenomeno ci hanno dato prova di come l’ambiguità, più o meno cercata, abbia prodotto nei mesi un costante “logomachia” di interpretazioni contrastanti su cui gli attori politici si sono misurati, talvolta acquisendo influenza o consenso, talvolta rinculando.

 

Scienza e politica

Non esiste né può esistere un governo della scienza. Con questa convinzione Pareto consumò la sua rottura con la tradizione positivista, procurandosi, nell’interpretazione di Raymond Aron, anche il futuro disprezzo del mondo intellettuale. L’anti-intellettualismo di Pareto ha tuttavia dimostrato di avere solide basi analitiche. Infatti, il sociologo intuì, anche in questo caso in anticipo sui tempi, che la conoscenza scientifica è un processo sociale ed in quanto tale condizionato, nel bene e nel male, da fattori umani, organizzativi, politici e ideologici. Sono numerosi i passaggi in cui l’autore si è sardonicamente preso gioco sia degli scientisti così come di coloro che oggi chiameremmo negazionisti, o di entrambi simultaneamente. In una nota a piè di pagina del suo Trattato (§2154f), Pareto prende spunto da manifestazioni avvenute in Svizzera nel 1913 contro le prime campagne vaccinali per mettere in luce i dilemmi dell’uso politico della scienza. L’emergente dibattito sulla vaccinazione obbligatoria gli sembrò immediatamente un nervo scoperto delle democrazie perché – osservava – “sebbene coloro che si oppongono alle vaccinazioni abbiano probabilmente torto”, la saldatura fra scienza ufficiale e potere coercitivo dello Stato appariva come un fenomeno potenzialmente pericoloso per la libertà di espressione e, quindi, per la scienza stessa.

 

Lo “scientismo” è una narrazione che fa bene alla scienza?

Pareto avrebbe lanciato invettive anche di fronte all’attuale dibattito pubblico sul rapporto fra scienza e politica. In particolare, immagino che avrebbe smascherato due opposte retoriche che campeggiano sulle principali testate di informazione. Da una parte quella della fiducia incondizionata nella “Scienza”, dall’altra quella del suo rifiuto su basi superstiziose o di mero interesse. Avrebbe attaccato principalmente la prima, per il semplice gusto di pensare contro la maggior parte degli intellettuali progressisti (oggi diremmo liberal) e perché avrebbe trovato il fronte negazionista non intellettualmente stimolante. Di certo avrebbe notato come slogan del tipo “la scienza ci salverà” siano intrinsecamente ideologici, perché la scienza, come “la democrazia, il socialismo, il cristianesimo” – suoi idoli polemici preferiti – non sono altro che delle astrazioni. Evidenzierebbe come i continui conflitti fra esperti non siano solo, né principalmente, il riflesso di un difetto di comunicazione pubblica di persone che fanno un altro mestiere. Al contrario riconoscerebbe conflitti fra professionisti e alti funzionari delle amministrazioni sanitarie che hanno per oggetto il controllo di risorse strategiche, la difesa del prestigio legato alla propria specifica specializzazione, da cui scaturiscono. Elementi da cui scaturiscono definizioni diverse del problema e di come affrontarlo e che non sono compatibili con un’idea irenica della “Scienza”. Piuttosto, Pareto si chiederebbe se questa narrazione della scienza sia più o meno utile per la collettività o sia soltanto funzionale alla legittimazione della classe politica di turno. Ma forse sarebbe una domanda retorica.

Marco Di Giulio è Ricercatore in Scienza Politica presso l’Università di Genova, dove insegna Scienza dell’amministrazione e Valutazione delle politiche pubbliche